Share Button

Non ho mai voluto credere che le cause che muovono un conflitto bellico siano una questione scontata poiché una guerra, di qualsiasi natura essa sia, scoppia sempre per ragioni diverse.

Intere generazioni sono cresciute con la deprimente certezza che la fame di potere e di denaro fossero gli unici sproni capaci di indurre l’uomo a massacrare i suoi simili e che ogni altra motivazione avesse una connotazione meramente demagogica, quasi fosse una sorta di alibi  preconfezionato ed atto a placare la sete di informazione, le sensibilitá di un’opinione pubblica potenzialmente pericolosa nel momento stesso in cui pensa, si interroga sui perché e per come avvenga uno spargimento di sangue.

Effettivamente non è mai stato troppo facile, neppure per me, convincermi del fatto che possano esistere bombe più o meno buone, morti necessarie, sacrifici inevitabili e mi ha fatto sempre sorridere – sia pure con infinita amarezza- l’inverosimile cinismo che si cela dietro il concetto di “fuoco amico”.

Nessuno di noi, però, oggi, si può arrogare il lusso di nascondersi dietro un dito, riducendo una questione tanto travagliata ai minimi termini ed abbandonandosi ad una becera demagogia, lesiva a prescindere, da qualsiasi prospettiva si scelga di analizzare il problema.

Oggi la Siria è attraversata da una scia di sangue che non può lasciare indifferente il mondo, per molteplici ragioni: dall’inizio del conflitto ad oggi si contano oltre 80000 caduti e 1600000 rifugiati, molti dei quali, disordinatamente, si stanno riversando in territorio giordano e libanese, con l’aggravante di esporre questi due paesi ad adottare misure di assistenza non concordate e piuttosto onerose sotto molteplici aspetti, non ultimo quello economico. Questa è solamente una -sicuramente non la più palese- delle conseguenze che fino ad ora si sono registrate e che senza dubbio alcuno contribuiscono al deterioramento delle relazioni sia interne all’area mediorientale sia, ragionando come siamo chiamati a fare su più ampia scala,  a livello internazionale.

Il problema delle tensioni strategico-diplomatiche tra l’area mediorientale e le potenze occidentali è questione antica quanto nota ma non è sicuramente l’unico dei problemi da considerare: le lotte interne al paese e l’emergenza democratica si fondono in un quadro di insieme ben più ampio dove giganteggia il dramma delle frizioni politiche dell’intera regione geografica, riflettendosi, queste ultime, in modo  tutt’altro che marginale sugli esiti decisionali del nostro continente e sulle scelte che dovremo necessariamente compiere.

Uscire dalla “zona rossa” significa prima di tutto innalzare il potenziale diplomatico dell’intera Unione Europea e del nostro paese in particolare.
Deve aumentare il nostro potere contrattuale, necessariamente, poiché la globalizzazione, volenti o nolenti, ci pone di fronte all’obbligo di dover interagire con tutto il resto del pianeta, favorendo la politica della pace e della distensione.

Sono proprio le trattative diplomatiche che, in quest’ultima fase in cui il conflitto bellico va  inasprendosi, registrano un  notevole passo indietro.

Non è un caso che il 7 Giugno le Nazioni Unite abbiano messo a disposizione un fondo di 4,4 miliardi di dollari – il più cospicuo nella storia di questo organismo- per assistere il sempre crescente numero di vittime.

D’altro canto l’Unione Europea ha deciso di rinnovare per un altro anno ancora le sanzioni contro la Siria, ad eccezione però dell’embargo sulle armi che viene lasciato come decisione autonoma ai singoli stati membri ma che andrebbe inevitabilmente a sostenere le operazioni belliche dei rivoltosi.

Questo conflitto è tragico per tutti, sotto ogni aspetto ed in questo senso, con la mozione che ho presentato venerdì 21 giugno, voglio impegnare il governo affinché assuma un ruolo proattivo nelle trattative diplomatiche in attesa della conferenza di Ginevra II, evitando di partecipare ad ogni tipo di intervento militare  in territorio siriano né tantomeno ad operazioni di peacekeeping ma di fornire piuttosto aiuto ed esperienza in termini di dialogo e diplomazia anche attraverso la creazione di partnership con il paese.

L’obiettivo prioritario sarebbe quello di impegnarsi in una operazione di mediazione sovranazionale affinché l’embargo economico che grava sulle spalle di una popolazione già stremata da anni di conflitto venga sollevato, col vantaggio sicuro di aver contribuito alla tutela di migliaia di potenziali vittime innocenti e di aver esonerato l’Italia da interventi economicamente insostenibili.

Al contrario ritengo opportuno favorire un percorso attraverso cui il nostro paese possa, presso le sedi competenti, proporre di rivedere la decisione presa in sede europea di lasciare libertà ai singoli paesi membri sull’embargo di armi in territorio siriano, affinché la diffusione di queste ultime sia, se non proprio ridotta, almeno non incentivata da parte dei paesi dell’Unione.

Vanno altresí poste le condizioni per una de-scalation di violenza nel paese perché possa evitarsi un allargamento del conflitto su più vasta scala, dialogando perciò con ogni attore coinvolto per promuovere un clima di più favorevole distensione politica utile a far cessare, nel piu breve tempo possibile, ogni violenza armata promossa da chiunque tra le parti in causa.

Sarebbe un errore gravissimo, oggi, voler prender parte alle scelte di politica interna della Siria:  andrebbe piuttosto dissuasa ogni forma di ingerenza,lasciando unicamente al popolo siriano la decisione ultima su qualsivoglia questione cosí da favorire un percorso di pacifica partecipazione democratica che rispetti la sovranità, indipendenza, unità ed integrità della repubblica araba siriana.