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Nel 410, quando Roma fu saccheggiata, certo la piazza di Campo de’ Fiori non c’era ancora, mancava il mercato così come i ristoranti e le botteghe, non c’erano gli stessi romani, le stesse leggi, lo stesso stato di oggi e sicuramente quei barbari di allora, non potendo disporre di ettolitri d’alcool così a buon mercato, avranno terrorizzato le folle inermi col ferro delle spade più che col vetro delle bottiglie rotte.

Roma era già caduta, nel 410, senza essersene resa mai conto, da oltre un secolo: inverosimilmente nostalgica e corrotta, melancolicamente persa nella sterile contemplazione dei fasti di un tempo che non poteva più tornare, pessimamente convinta di essere ancora il centro di un mondo che già da solo, senza per nulla preoccuparsi di avvertirla, aveva provveduto a ridisegnare la geografia della politica e del potere e soprattutto, più di ogni altra cosa, irrimediabilmente orfana di quella spinta propulsiva che è l’unico carburante utile per la crescita di ogni civiltà e di ogni popolo.

Roma, alienata dalla realtà delle cose, assisteva alla sua caduta con la fiacca di un vecchio stanco che non può e non sa reagire ai colpi feroci del nuovo che avanza, ferma, a tratti imbelle mentre i suoi figli venivano massacrati e le sue bellezze millenarie depredate oppure date alle fiamme.

Cambiava, il mondo, che pure avrebbe saputo adattarsi alla ferocia di quegli sconvolgimenti, alla rabbia di quelle genti temibili e terribili che comandavano e che presto avrebbero imparato che il mondo romano e i suoi popoli potevano insegnare più di chiunque altro, consapevoli com’erano della propria superiorità morale e sociale, la via maestra del buon governo e del vivere civile.

Questa, però, è storia antica, perché i giorni nostri raccontano una diversa realtà delle cose che solo pochi di noi, per giunta a gran fatica, hanno avuto il coraggio di contraddire, perché il solo tentativo di difendere la nostra bandiera, i nostri costumi, la nostra cultura si infrange disastrosamente contro il muro degli esterofili.

Deve essere così l’Italia: stanca, corrotta, presuntuosa, ignorante, decadente e noi italiani dobbiamo convincercene per primi che siamo il fanalino di coda, i peggiori, gli ultimi degli ultimi, che tutti gli altri sono migliori di noi e che per questo dobbiamo lasciarci guidare da chi è più bravo.

I paesi del Nord sono vivi, vegeti e creativi, hanno in mano il boccino dell’economia del vecchio continente con le loro forti banche, vantano industrie solide e una inarrivabile tecnologia, sono puliti, accoglienti, multirazziali, “open minded”, tolleranti, sono ricchi di forme e stili minimalisti e vantano, per tutti, un irresistibile appeal. Dicono.

Almeno fin quando non si ricomincia a giocare a pallone e nutriti stuoli di questi campioni di civiltà varcano le Alpi e puntano l’Urbe.

Senza spade, per la verità, armati di sole bottiglie di birra. Eppure, a guardarli sfilare per le vie del centro sui “risciò” manco fossero novelle bighe, così, a mezze maniche in pieno inverno, a vederli devastare, per ore, i luoghi concepiti dalle più alte intelligenze umane, la mente torna ai libri di storia e ai sanguinari invasori d’allora.

Ristoranti che tolgono di corsa i tavoli, negozi che calano le saracinesche, pozzanghere di sangue ai piedi della statua di Giordano Bruno, l’apostolo indiscusso di tutte le libertà, che certo li avrebbe più compatiti che odiati, come è nella natura degli uomini superiori.

Noi, però, che siamo ben al di sotto di Giordano Bruno, di fronte a certe bestie feroci proviamo una grande, indicibile rabbia…che poi si tramuta in sconforto di fronte allo scarica-barile nazional-popolare tra il sindaco di Roma ed il Ministero dell’Interno.

Sic transit gloria mundi.