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Nessuno di noi ha faticato più di troppo a metabolizzare il fatto che l’economia reale andasse oltre le complesse esposizioni dialettiche degli addetti ai lavori ma solamente in pochi – ed io non mi annovero fra questi lungimiranti – hanno compreso per tempo che la produttività oltre ogni limite fosse la peggiore delle soluzioni possibili a problemi antichi quali il lavoro, il benessere, il riscatto sociale, la fame.
Poi la necessità ci ha costretti a doverci confrontare con problemi che la politica ci aveva convinto dovessero appartenere ad un altro mondo, ad un’altra Italia.
Quella dei conflitti sociali, degli attacchi indiscriminati alle classi lavoratrici e delle vessazioni inferte, sempre e comunque, ai ceti meno abbienti.
Il capitalismo, dalla nascita alle sue evoluzioni più moderne e complesse, resta il grande, eterno imputato in attesa di giudizio.
Dunque, che bisognasse rivedere i consumi lo sentiamo ripetere da almeno due generazioni, ragion per cui ci si ritiene legittimati a dedurre che il non ampliamento degli orizzonti contenutistici di una analisi oggettivamente vecchia equivarrebbe a sottoscrivere un ragionamento, oltre che superato, assai limitato e limitativo.

L’elemento innovativo presente nella storia dell’ultimo ventennio sta tutto nella necessità di ridiscutere i parametri della nostra coscienza critica ed interrogarci, finalmente, su quanto alta sia la soglia di tolleranza del mondo rispetto al nostro quasi costante volgere altrove lo sguardo.

A prescindere dagli intendimenti piuttosto che da ideali più o meno buoni, le ultime generazioni hanno dato fondo a tutta la loro creatività per cercare di porre un argine alle derive a cui il mondo era stato costretto, omettendo però di considerare che l’uomo dotato di libero arbitrio, quando ha in animo di risolvere a tutti i costi un problema considerato prioritario, spesso innesca, magari pure in buona fede, conseguenze più gravi del problema stesso.

Così, nell’intento praticamente dichiarato di voler rinverdire i valori morali degli uomini, abbiamo in qualche modo ampliato gli orizzonti dell’azione politica, sacrificando le specificità culturali dei singoli individui all’altare dell’integrazione a tutti i costi.

Almeno negli intendimenti, la volontà di tutto il mondo considerato civile era quella di concedere a chiunque una possibilità: si era partiti con uno spirito entusiasticamente includente e si é finito per mangiare tutti lo stesso cibo, vestiti nello stesso modo, con identici riferimenti culturali, uguali banconote in tasca, un comune senso del dovere e soprattutto l’implicita, sottoscritta rassegnazione a non poter governare i processi che conducono al cambiamento, ovviamente in meglio, vittime consapevoli della nostra stessa smania di democrazia a buon mercato.

Quando ho incontrato il presidente Morales avevo una leggera emozione, la stessa che si prova prima di un viaggio in un paese lontano, quando l’unica certezza risiede nelle certezze acquisite dal nostro spirito, già per tempo predisposto ad abbracciare benevolmente ogni novità importante.

In un incontro ufficiale la politica usa un linguaggio formale, accontentandosi di dibattere attorno a temi percepiti dalla maggior parte dei non addetti ai lavori come sterili, distanti, praticamente inutili; quando vivi il palazzo però, nell’accezione massimamente letterale del termine, sei costretta, obtorto collo, a tollerare quella formalità, in qualche modo legittimandola, ripetendola alla stregua di una litania, quasi fosse un rituale sebbene inutile comunque non evitabile.

Il mostro che noi – neofiti del potere – temevamo, si è puntualmente verificato e di colpo ci siamo visti catapultare su un campo di battaglia in cui eravamo, come è ovvio, lo schieramento meno favorito, chiamato a dover combattere contro un esercito assai strutturato, composto da un magma informe di tecnicismi e burocrazie, di non-praticità, di contenitori vuoti e di residuati bellici al soldo della partitocrazia più feroce, che sembra trarre linfa vitale dal suo stesso patetico immobilismo.

Morales ha invece parlato una lingua diversa, ben più elementare, ovvia, nella sua incontestabile semplicità. Ha ascoltato, il Presidente, ha pesato le parole che gli rivolgevamo con la modestia di un uomo capace di usare lo strumento della politica per esercitare il potere finalizzato al cambiamento, non per imporlo, con ovvie conseguenze, su chi non ha il privilegio di detenerlo.

I grandi cambiamenti avvengono, di frequente, in un tempo breve, così come le decisioni importanti e definitive si prendono n modo repentino e risoluto, ottenendo, spesse volte, risultati apprezzabili.

Parlando di economia globale il presidente non ha sentito la necessità di citare testi, studi o statistiche di sorta ma si è affidato ad una visione di insieme, valutando le evoluzioni della politica mondiale attraverso la lente dei fenomeni sociali, delle migrazioni di massa che sconvolgono i continenti alla stregua del mondo antico, nello squilibrio non più tollerabile della ricchezza in mano a pochi e sempre più pochi individui a fronte dei miliardi di morti di fame che si accalcano alle porte del “mondo civile”.

Allora ecco che, se apriamo gli occhi, comprendiamo quanto una secca, semplice frase non abbia affatto bisogno di studi, relazioni e ragionamenti rafforzativi, perché può, sic et simpliciter, entrare a far parte, così com’è, dell’Olimpo dei dati di fatto, se almeno si vuole dare per buono il precetto del Che secondo cui la verità è sempre rivoluzionaria.

Se qualcuno è in grado, oggi, di contestare il fatto che è nostro dovere liberare il mondo dalla fame perché di quella tragedia siamo TUTTI responsabili, se c’è chi crede che la monnezza che ci sommerge non sia l’estensione del nostro stesso spreco, se veramente l’acqua non è un bene inalienabile dell’uomo, se le libertà individuali, le rivendicazioni sociali, il lavoro, le tutele sindacali non sono diritti dell’umanità prima ancora che di un paese, un continente o un intero “blocco di civiltà” sarebbe opportuno che si facesse avanti, questo signore, per affermare che il sentiero che stiamo battendo, tutto sommato, è quello giusto e certo per il coraggio dimostrato – solamente per quello – otterrebbe il nostro plauso.

Perché, per dirla col presidente Morales, il capitalismo non è la risposta.IMG_1124.JPG