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Ho sempre creduto che le cause che spingono un uomo ad abbandonare il proprio paese vadano oltre la sola ricerca di una condizione di vita migliore poiché migrando ci si lascia alle spalle un pezzo del proprio passato, della propria identità, l’opportunità di essere compiutamente sè stessi.
I nonni dei miei nonni fuggirono negli Stati Uniti con la sola certezza di non rivedere i propri figli e nipoti. Mai più nella vita. Spesso provo ad immaginare come un americano medio di allora li avrà considerati, probabilmente tanto incivili e rozzi da preferire la garanzia di un pezzo di pane alla possibilità di vivere accanto ai propri affetti. Eppure quel pane guadagnato dall’altra parte del mondo e condiviso per corrispondenza con i propri familiari, ha consentito ai miei nonni ed ai miei zii di crescere, di studiare, di evolversi. Ha permesso a me di essere qui, oggi.
A scanso di equivoci demagogici, in questi giorni di morte e di tragedia ho dovuto riflettere e pesare l’eredità culturale che la mia famiglia mi ha lasciato in dote e che sta tutta in un singolo, piccolo episodio: la stoffa d’oltreoceano che la mia bisnonna ricevette in dono da sua madre, per le nozze, perché potesse avere un bell’abito bianco. Proprio come una persona normale, civile, perbene.
I cosiddetti clandestini si avventurano in un’odissea al limite della resistenza umana spinti solamente dalla fame e dalla paura, due istinti capaci di sopraffare ogni ostacolo. Perché niente e nessuno possono dissuadere la fuga di chi conosce i crampi allo stomaco ed il terrore della morte. La nostra civiltà sa superare sé stessa nell’arte di mentirsi da sola, anche in assenza di un bugiardo professionista, sapendo farsi un vanto dei principi di solidarietà cristiana al punto di elevarli a pilastro della società e riuscendo ad opporre al tempo stesso, con inaudita disinvoltura, le ragioni di un presunto equilibrio sociale per giustificare la nostra indifferenza rispetto a chi, al netto di tutto, chiede solamente che venga rispettato il proprio sacrosanto diritto alla vita.

Sul piatto della bilancia, poi, non pesa solamente la sensibilità ma anche e soprattutto la storia, quella che a scuola ci insegnava quanto il destino dell’uomo sia un costante e ripetuto susseguirsi di movimenti e di migrazioni, ora oziose e pacifiche, ora repentine e bellicose ma pur sempre caratterizzate da una costante: il miglioramento della propria qualità di vita.
Stigmatizzando i limiti intellettuali del razzista, ora, si andrebbe certamente fuori tema, avverto piuttosto l’esigenza di ribadire -se ancora non fosse chiaro a tutti- quanto lo scopo perverso del populismo sia quello di gettare benzina sul fuoco della disperazione, con l’unico fine di creare nemici immaginari da combattere. Così in questi anni abbiamo inneggiato ad una guerra di civiltà che in realtà non è mai esistita ed oggi che la tragedia di Lampedusa esplode in tutto il suo orrore le opzioni sembrano solamente due: girare il viso dall’altra parte o ancor meglio demonizzare i profughi. Perché la paura dell’uomo nero, dell’usurpatore di civiltà, del ladro di lavoro sono classici intramontabili che aprono sempre una breccia nel cuore del benpensante.
In alternativa c’è poi la verità, il dato di fatto che evidenzia come, nel corso di tutta la storia, il pluralismo etnico abbia fatto la fortuna delle civiltà più evolute e quanto una legge sia una diga troppo debole per arginare l’istinto stesso dell’uomo che ci induce a migliorare le nostre condizioni sociali e con esse noi stessi.
La politica, chiamata ad affrontare con serietà ed equilibrio un problema di proporzioni immani che sfugge, spesso, alla stessa potestà dei singoli Stati, adesso deve rispondere, perciò ho voluto approfondire la questione ed i risultati che ha prodotto l’introduzione del reato di immigrazione clandestina.

Come sottolineava Mario Morcone in un interessante editoriale su IL SOLE 24 ORE di sabato scorso, la cosiddetta Bossi-Fini “non ha nessun effetto pratico sulla presenza di migranti nel nostro Paese e, in particolare, sugli sbarchi. La sanzione per questo reato è una semplice ammenda e si estingue con il rimpatrio; nessuno, finora, è finito in carcere per aver commesso solo il reato di immigrazione clandestina. E non si può dire una cosa diversa perché non è vera. È vero, invece, che tale norma impone a magistrati e forze dell’ordine un inutile appesantimento di attività di indagine e procedure, senza consentire alcun effetto….Diversamente, sui migranti, per motivi economici, gravano le lentezze e anche l’inadeguatezza delle norme contenute nella Legge che va sotto il nome di Bossi-Fini. Si tratta dei famosi flussi, che da qualche anno non vengono più determinati.”
Esiste pure lo stato di diritto dell’uomo, che nessun paese civile può permettersi di non considerare; il non essere perseguito penalmente solo in virtù di uno status -quello di clandestino- è uno dei principi fondamentali su cui si basa il diritto penale moderno.
Ogni nazione ha specificità sue proprie ed in esse si ravvisano problemi diversi, come poterci dunque ancora permettere il lusso di prendere a modello tutto ciò che viene dall’estero considerandolo alla stregua dell’oro colato?
Sistemi giudiziari lontani dal nostro poi, come quello inglese, francese o americano, nella loro maggiore efficienza riescono ad evadere la questione assai meglio di quanto, allo stato dell’arte, potremmo fare noi.
In virtù di tutto ciò ritengo che il reato di immigrazione clandestina vada senza alcun dubbio abolito. Perché, per dirla con De Gregori “la storia non si ferma davvero davanti a un portone”.