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La giornata di ieri è stata molto densa, l’agenda fittissima, molti ed importanti gli appuntamenti; nell’afa della precoce estate romana non è mai facile concentrare i propri pensieri ed abbandonarsi alle riflessioni più intense, al passato che conta, alla storia.
La storia recente.
Eppure ieri ricorreva il ventinovesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer ed io non ho saputo trovare per tempo le parole giuste per onorare la memoria dell’uomo che sempre ha rappresentato, nel mio immaginario politico e sociale, la sintesi perfetta della modernità, della raffinatezza dialettica, della sobrietà.
Enrico Berlinguer è stato l’uomo della svolta, in tutti i sensi, quello che meglio di chiunque altro ha saputo “intercettare” il sogno di un’Italia diversa, onesta, umile e sempre capace di non chinare mai il capo di fronte all’arroganza dei poteri forti.
L’Italia migliore, quella che si è costruita partendo dalle macerie della tragedia bellica, rimboccandosi le maniche, spaccandosi la schiena perché i propri figli avessero un’istruzione, una coscienza critica, un lavoro.
Allora il paese era umile, faticava, in silenzio, operoso come una formica, senza mai trascurare quell’idea di progresso che poneva le sue basi sull’emancipazione ed il miglioramento della qualità di vita per le generazioni a venire.
Oggi registriamo una penosa inversione di tendenza e forse per la prima volta nella storia nazionale i padri sono il bastone su cui poggia la sopravvivenza -oppure, nel migliore dei casi, la speranza- dei figli.
Una classe lavoratrice compatta e strutturata non esiste più: il gioco al massacro della “crescita a tutti i costi” ha prodotto guasti che potrebbero rivelarsi addirittura insanabili ed i lavoratori, precari e isolati, si trovano a combattere, da nemici, in un assurdo campo di battaglia dove liberi professionisti e dipendenti statali si accusano reciprocamente di essere i primi la causa principale dell’evasione, i secondi la zavorra contributiva che grava sulle spalle del sistema-paese.
In ciò la colpa della politica sta tutta nell’incapacità di sforzarsi di spezzare le catene che troppo spesso la legano, rendendola -de facto- realmente impotente nei confronti di certi temi in cui spicca, pur non essendo solo, il lavoro.
L’ambiente, l’illealitá dilagante, la lotta alle mafie, l’emancipazione di un “proletariato in precarizzazione” che oggi non si limita più ai lavori di fatica nè indossa unicamente la tuta blu, pur patendo, in forma addirittura più grave e complessa, la tragedia quotidiana dell’instabilità economica, dell’assenza di prospettive, della rinuncia a priori a potersi costruire una famiglia, impossibilitato com’è a garantire un sereno futuro ai figli.
Questo pensavo stanotte, prima di addormentarmi.
Storia recente, spaccati di vita vissuta, il sogno di un popolo che non ha voluto rassegnarsi ad una vita di miseria ma si è sforzato con le mani e col cuore perché le cose potessero cambiare.
Berlinguer va annoverato di diritto tra i padri nobili di quel sogno e va tesaurizzato il suo lascito politico e morale, lo sforzo a realizzare il salto di qualità, l’ambizione dell’uomo comune di poter raggiungere la luna -meta che si raggiunge nel momento stesso in cui s’è intrapreso il viaggio-.
Ciao Enrico, che la terra continui ad esserti lieve.