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Oggi in commissione abbiamo votato favorevolmente al protocollo concernente le preoccupazioni del popolo irlandese relative al trattato di Lisbona.

Il documento difende, di fatto, alcune delle peculiarità, delle caratteristiche proprie che sono parte irrinunciabile del sentire nazionale e che caratterizzano marcatamente la storia, la cultura e la tradizione irlandese.

Con l’Art. 1 si stabilisce che nessuna disposizione del trattato di Lisbona possa pregiudicare l’ambito e l’applicabilità della tutela del diritto alla vita, della protezione della famiglia e i diritti di istruzione presenti nella costituzione irlandese.

Allo stesso modo, i seguenti articoli vogliono tutelare la sovranità fiscale di tutti gli stati membri dell’ Unione Europea, così come quella di azione in materia di politica di difesa e sicurezza. Inoltre, il protocollo ricorda come l’Irlanda sia – come del resto è nel suo più pieno diritto – storicamente mossa da una politica di neutralità e come intenda riaffermare, muovendo proprio da questo stesso protocollo, la propria autonomia politica e con essa, vogliamo sperare, quella di tutti gli altri stati membri.

Se da un lato questo atto pone le basi per una sana divergenza di vedute in materia di politica di difesa comune, dall’altro, proprio in questo momento particolare, vuole creare le condizioni per innescare quel cambiamento che è auspicato da gran parte dell’Unione Europea, ovvero il rispetto per le diversità economiche, culturali e sociali europei e la tutela di ogni differente sensibilità e tradizione nazionale.

Il movimento ha perciò votato favorevolmente, partendo proprio dall’assunto che le criticità poste in essere dal popolo irlandese e le conseguenti richieste da esso formulate, ponendo finalmente l’accento sul dibattito paneuropeo relativamente alla ri-negoziazione di molti ambiti strategici, meritino la più piena legittimazione. Non possiamo infatti più illuderci che sia sufficiente tenere in piedi una comune (e purtroppo anche assai traballante) politica estera o di difesa auto condannandoci all’immobilismo, restando fermi nella convinzione di aver contribuito alla costituzione di un solido ed efficiente strumento governativo; serve, piuttosto, capitalizzando ai massimi termini questa fase di grande revisione politico-culturale, stabilire una linea strategica che sia davvero comune ed inclusiva e che sappia sinceramente partire dal basso, senza ricorrere con miope insistenza al troppo spesso sterile strumento del “trattato” o del “vincolo”, strumenti che, quantunque utili e democratici non possono non risultare, alla luce di questa fondamentale fase storica, un mero e per giunta assai debole palliativo per contrastare i mali che affliggono l’UE, impedendogli di compiere quel lungo passo in avanti di cui necessita, con palese evidenza agli occhi del mondo intero, ormai da troppo tempo.