Share Button

L’autodeterminazione è il principio fondante degli stati moderni e del sistema internazionale.
È una regola semplice ed al contempo profondamente giusta che garantisce -prescindendo da ogni contesto politico, sociale o bellico- la libertà decisionale degli stati, il principio di garanzia circa l’autonomia di una nazione.
Se uno stato non può essere sovrano di se stesso allora non può neppure definirsi tale.
Parlando di guerra si rischia sempre di impantanarsi nella palude della demagogia, eppure, mai quanto oggi, il tempo è veloce e le tendenze si invertono insieme alle strategie degli stati, perchè, dopotutto, anche la politica è moda.
Così, solamente dieci anni fa, le logiche dei pacifisti, rispetto alle guerre in Iraq ed Afghanistan, incontravano le molteplici resistenze di una intera “società” occidentale che, strumentalmente manipolata e terrorizzata dallo spettro dello scontro di civiltà, aveva voluto credere che la guerra preventiva fosse realmente l’unica soluzione del problema, ingannata ad arte da ciniche campagne mediatiche volte a sminuire il potenziale della concertazione diplomatica, insufficiente per arginare la violenza del fondamentalismo islamico.
Poi il velo di Maya è caduto e con esso la verità si è palesata in tutta la sua crudezza: rispetto a dieci anni fa non si è compiuto un solo passo in avanti, anzi.
La logica delle cose è però di una semplicità disarmante poichè nessuno deve né avrebbe dovuto (non abbiamo elementi sufficienti per stabilire quale sia stata la mano nera che abbia introdotto il gas nervino in Siria) interferire con le scelte di politica interna del paese, diritto, questo, che non possiamo neppur lontanamente immaginare di poter controvertire.
Non è più tempo di parole vecchie ormai, le abbiamo già sentite tutte, le conosciamo, non ci impressionano più né possono convincerci, perciò non mi dilungherò in “dettagli” che chiunque saprebbe rilevare a cominciare dai vari conflitti aperti in molteplici aree geografiche del pianeta per arrivare al Nobel per la Pace assegnato ad Obama, che tanto lascia con l’amaro in bocca quanti, pur non sperando in una autentica rivoluzione culturale occidentale, tuttavia avevano riposto nel nuovo presidente americano la speranza di una inversione di tendenza rispetto alla disastrosa politica estera statunitense precedente il suo insediamento.
Credo sia giunto il tempo di gettare un raggio di luce non solo sulle conseguenze che questo conflitto arrecherebbe all’Italia ma anche e soprattutto sull’eventuale effetto domino che andrebbe inevitabilmente ad innescarsi.
Il doveroso no a questa guerra non può avere un valore meramente deontologico ma piuttosto deve indurci, come ogni grande paese dovrebbe fare, a rispondere a certe domande retoriche che la nostra politica, per mancanza di coraggio e di lealtà, ha sempre voluto sfuggire: l’Italia è un paese vassallo degli Stati Uniti oppure no? Deve obtorto collo obbedire ad una logica strategica oltreoceanica, pagando ancor oggi gli interessi per una guerra persa nel secolo
scorso? Ogni conflitto, nelle fasi che precedono lo scontro vero e proprio, svela amaramente il teatrino della politica e gli attori protagonisti sono necessariamente gli stati, ragion per cui non possiamo ignorare quanto gli scenari che vanno palesandosi ora dopo ora rivelino -se mai ce ne fosse stato bisogno- come le fondamenta politiche di quest’ Europa siano tutt’altro che solide.
L’Inghilterra ha saputo dimostrare per l’ennesima volta quanto la sua connotazione europea sia più geografica che politico-economica mentre non possiamo esimerci dal leggere l’adesione al conflitto di Parigi come una pericolosa “fuga in avanti” che sottolinea inesorabilmente l’assenza di una comune politica estera continentale.
Non si è ancora sparato un colpo di fucile, eppure si fanno già sentire i primi danni e noi eletti, qui, oggi, fino a prova contraria rappresentiamo il popolo italiano. Un popolo che a chiare lettere, nella sua costituzione, ha scritto di ripudiare la guerra.