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Una comunità è fatta di luoghi, di spazi, di opinioni e quando questa viene messa nelle condizioni di partecipare alle scelte che la riguardano, quando la cosa pubblica viene realmente vissuta come tale, ecco allora che le risposte della gente imboccano un sentiero scontato, andando nella direzione più logica, quella che osteggia la cementificazione fine a se stessa e che crede in uno sviluppo ed in una crescita sostenibile, diversa, a misura d’uomo.
È vero, i voti sono stati pochi e forse, di questo, qualcuno non si è neppure dispiaciuto più di troppo, dal momento che una consultazione popolare, tralasciando il fatto che il quorum è stato inserito solo tre giorni prima del voto, se non sostenuta da una adeguata sponsorizzazione non può che risolversi con un esito negativo dal punto di vista della partecipazione.

I voti contrari e la percentuale bulgara con cui questi ultimi hanno prevalso, però, restano evidenti e pesano, anzi, dovrebbero pesare più di un macigno.

Scrollare le spalle e fare finta di nulla, non considerare l’opinione di una parte – attiva, viva e partecipante – della cittadinanza che ha voluto esserci e si è espressa così nettamente, significherebbe aver scelto di declassare la democrazia cittadina.